Intelligenza Artificiale e Psichedelia


In questi ultimi mesi mi sono molto interessato all’intelligenza artificiale, sia per le sue grandi potenzialità sia per le implicazioni che porta con sé, e mi è capitato di collegare questo interesse a una passione che mi accompagna da molti anni: la psichedelia. Mi è tornato in mente il discorso di Steve Jobs a Stanford nel 2005, quando parlava dei punti che riusciamo a collegare soltanto guardando indietro; ora, all’alba dell’età pensionabile, mi accorgo che tante cose alle quali mi sono dedicato per curiosità e passione cominciano a mostrare nuove connessioni.

Amo i funghi psilocybe, ma non sono loro l’oggetto della mia passione: sono strumenti che ho utilizzato per esplorare e conoscere me stesso, come ricorda il “Temet Nosce” sulle copertine dei miei libri. È qui che, nel mio ragionamento, l’IA e la psichedelia cominciano a incontrarsi: l’una sviluppa le funzioni della mente fino a una potenza straordinaria, l’altra può allentare la nostra identificazione con quella stessa mente e permetterci di osservarla come uno strumento. Da direzioni opposte, entrambe ci riportano a una domanda tutt’altro che tecnologica: se una macchina riesce a fare meglio ciò attraverso cui mi definisco, allora io chi sono?

L’intelligenza artificiale ci mette davanti a noi stessi

Che cos’è l’intelligenza artificiale se non uno strumento che amplifica e potenzia le capacità tipiche della mente? Qui parlo dell’intelligenza come capacità di collegare, elaborare, analizzare e sintetizzare, fino a produrre associazioni nuove fra cose che già conosciamo. In alcuni compiti l’IA supera già le prestazioni umane, e sono convinto che questo vantaggio continuerà ad ampliarsi; la vedo come l’espressione tecnologica dell’aspetto mentale, sviluppato a una potenza che fino a poco tempo fa avremmo faticato a immaginare.

Non mi sento minacciato da questa prospettiva, anche se i pericoli legati allo sviluppo e all’uso dell’IA esistono, da appassionato di fantascienza non ho molte difficoltà a immaginarli. Quello che mi interessa qui è un’altra conseguenza: quanto più una tecnologia riesce a svolgere le funzioni della mente, tanto più diventa utile chiederci se la mente sia ciò che siamo oppure uno strumento di cui disponiamo, prezioso ma diverso da chi lo utilizza.

La domanda ha una storia molto più antica dei computer. In Chi sono io?, Ramana Maharshi invita a indagare la propria identità passando attraverso ciò con cui abitualmente la confondiamo: il corpo, i sensi, le facoltà d’azione, la mente. Dopo aver escluso queste identificazioni, la sua risposta contiene un passaggio che traduco così: «Quella consapevolezza che sola rimane: quella sono io». È il senso del “neti neti”, non questo, non questo, che per me offre una direzione di ricerca molto concreta: riconoscere ciò che osserviamo e domandarci chi ne sia consapevole.

La mente orizzontale e i tre veleni

Per spiegarmi devo chiarire che cosa intendo per pensiero orizzontale. È il piano sul quale la mente collega fatti, distingue oggetti, confronta informazioni e ricostruisce cause e conseguenze; è il piano sul quale studiamo, lavoriamo e organizziamo la vita, e sul quale l’IA può diventare uno strumento potentissimo. Nella prospettiva da cui scrivo, però, la mente resta immersa nella dualità: c’è un soggetto che osserva e qualcosa che viene osservato, c’è ciò che riconosco come me e ciò che considero altro da me.

Questa separazione attraversa anche le emozioni e il rapporto con il corpo, che insieme alla mente compongono ciò che chiamo personalità, e diventa facilmente uno schieramento continuo: mi piace o non mi piace, è bello o è brutto, è giusto o è sbagliato. Ci ritroviamo così a inseguire alcune esperienze e a respingerne altre, spesso senza accorgerci di quanto questo movimento condizioni il nostro modo di vedere il mondo.

La tradizione buddhista rappresenta nella Ruota della vita i tre veleni che causano la sofferenza: l’attaccamento, raffigurato dal gallo, l’avversione dal serpente e l’ignoranza dal maiale. Attrazione e repulsione rendono immediatamente riconoscibile quel “mi piace, non mi piace” che conosciamo tutti e che è una rappresentazione della dualità. Nella mia lettura, l’ignoranza di questo meccanismo e dell’identificazione che ci tiene al suo interno ci mantiene prigionieri del samsara, il ciclo dell’esistenza condizionata e della sofferenza.

Se qualcosa mi piace, ci sarà qualcosa che non mi piace, e nel tentativo di trattenere il primo e respingere il secondo mi ritrovo continuamente a oppormi a ciò che accade. È questa resistenza interiore che diventa sofferenza, una lotta fra ciò che sto vivendo e ciò che pretendo di vivere. Lo riconosco anche nell’esperienza psichedelica, quando cerco di controllare, bloccare o respingere quello che emerge: comprendere questo meccanismo riguarda tanto il viaggio psichedelico quanto la vita quotidiana.

Dal pensiero verticale all’intuizione

Un riferimento che mi piace per cominciare a cambiare prospettiva è il pensiero analogico verticale di Thorwald Dethlefsen, autore di Il destino come scelta. Il sottotitolo, Psicologia esoterica, indica già il tentativo di mostrare che il pensiero non si esaurisce nei collegamenti lineari e nelle relazioni di causa ed effetto. Pensa a un monaco, a uno stambecco, a un cimitero, al piombo, al colore nero, al verde scuro e alla calce: sul piano orizzontale non hanno niente in comune, eppure appartengono alla stessa catena analogica di significato, perché manifestano, in forme e su piani diversi, le qualità di Saturno. Le forme cambiano, ma la qualità che esprimono è la stessa.

Questo esempio introduce un diverso modo di leggere ciò che abbiamo davanti, ma il movimento verticale di cui parlo va oltre la capacità di costruire analogie, cosa che anche un’IA potrebbe fare. Nella prospettiva filosofica che seguo, intuizione, ispirazione e contemplazione provengono da un piano sovramentale, esterno alla dimensione della personalità, composta dal fisico, dall’emotivo e dal mentale. La mente può cercare di tradurre ciò che arriva da quel piano, ma non ne è l’origine; quando penso alle Muse come tramite fra il divino e l’umano, penso proprio a questa provenienza dell’ispirazione.

È anche il motivo per cui mi interessa ricordare il significato di psichedelico: manifestazione della psiche, dal greco ψυχή (psychḗ), che significa anche “anima”. È in questa ampiezza che mi riconosco, perché la ricerca che porto avanti riguarda il risveglio della coscienza e la possibilità di conoscere noi stessi oltre l’identificazione con il fisico, l’emotivo e il mentale.

Questa è la prospettiva transpersonale da cui scrivo: imparare a vedere attraverso il cuore, inteso come centro di comprensione oltre i filtri della mente e le reazioni emotive. Mi torna in mente la frase del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry: «Si vede solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

Quando uso la parola metafisica, mi riferisco alla realtà oltre le forme e i fenomeni attraverso cui abitualmente la conosciamo; nella visione filosofica che seguo, indica ciò che non dipende dalle forme mutevoli attraverso cui la realtà si manifesta. La mente può cercare di descriverla, ma comprenderla attraverso un’esperienza diretta è un’altra cosa, che richiede un cambiamento dello stato di coscienza.

Questo passaggio è fondamentale: per come intendo l’intuizione e la contemplazione, accedere a quella dimensione significa entrare in uno stato di coscienza non ordinario, oltre il consueto funzionamento della mente – l’ispirazione/intuizione non è accessibile nella mente! Gli psichedelici sono uno degli strumenti attraverso cui esplorare questi stati, insieme ad altre pratiche, fra cui la meditazione. È l’esperienza vissuta di quella dimensione, e non la capacità di descriverla, che considero fuori dalla portata dell’IA; ma lo stesso limite riguarda anche l’essere umano che non ne abbia fatto esperienza diretta, perché produrre un discorso sull’intuizione o sulla contemplazione non equivale a viverle e quindi “comprenderle”.

La psichedelia e l’esperienza del testimone

Gli psichedelici, insieme ad altre pratiche di esplorazione della coscienza, possono allentare quella potente identificazione che ci fa credere di essere i nostri pensieri, le nostre emozioni e il nostro corpo fisico. Nel percorso che descrivo, la preparazione, il set & setting e la successiva integrazione hanno un ruolo essenziale, perché il senso dell’esperienza è riconoscere qualcosa di noi e trovare il modo di portarlo nella vita quotidiana.

Quando parlo del testimone intendo proprio questa possibilità di essere presente a ciò che accade senza venire completamente assorbito da ciò che sto vivendo. Posso sentire un’emozione intensa e, nello stesso momento, riconoscere che c’è una consapevolezza di quell’emozione; posso vedere un pensiero che si forma senza doverlo immediatamente credere, seguire o combattere. È il passaggio da “sono arrabbiato” a “sento l’energia della rabbia dentro di me”: cambia il punto nel quale mi riconosco, perché riesco a essere consapevole di ciò che provo senza coincidere con esso.

In questa autoosservazione il giudizio merita particolare attenzione: quando commento o giudico ciò che vedo, sto già usando una funzione della mente e sono rientrato nella sua dualità. Il testimone, nel senso in cui ne parlo, osserva senza commentare e senza giudicare; è una presenza che riconosce ciò che accade senza schierarsi, senza doverlo subito definire giusto o sbagliato, è soltanto presenza.

Questo è un percorso che richiede tempo, pratica e continuità, a volte molto tempo. Mi richiama il guerriero impeccabile di Don Juan nei libri di Carlos Castaneda: nella mia lettura, l’“agguato” è rivolto ai propri automatismi, ai pensieri e alle reazioni emotive che ci governano senza che ce ne accorgiamo, mentre “fermare il mondo” significa interrompere la descrizione mentale che scambiamo per la realtà. L’autoosservazione prepara il terreno a questa apertura senza renderla automatica. Può arrivare all’improvviso, ma riconoscerla mentre avviene permette di portarne la comprensione nella vita quotidiana.

Pensa all’esperienza di un malato terminale che sente avvicinarsi la fine di tutto ciò che crede di essere, perché la sua identità coincide con quel corpo che si sta consumando, con le emozioni che lo attraversano e con i pensieri che gli raccontano che cosa sta per accadere. Se durante un’esperienza psichedelica questa identificazione si allenta, può cambiare profondamente il suo rapporto con la morte: ciò che sta finendo potrebbe non essere più percepito come la totalità di sé.

Negli studi clinici sulla psilocibina in persone con tumori potenzialmente mortali sono state osservate anche riduzioni dell’ansia legata alla morte. La mia lettura di questo possibile cambiamento è che, in un’esperienza preparata, assistita e integrata, la persona possa percepire di essere più di quello con cui si è sempre identificata, anche senza riuscire a spiegarlo razionalmente. È questa esperienza interiore che mi interessa: la possibilità di riconoscersi in qualcosa che trascende quei tre piani dell’esistenza umana. Nel linguaggio esoterico si dice “spostare l’identificazione dalla personalità all’anima”.

La mappa: preparazione, esperienza e integrazione

La preparazione serve a costruire una mappa cognitiva che ci aiuti a orientarci in un territorio sconosciuto. Attraverso lo studio acquisiamo riferimenti che, durante l’esperienza, possono permetterci di riconoscere ciò che stiamo incontrando, anche quando si presenta in forme molto diverse da quelle che avevamo immaginato: conoscere ci aiuta a riconoscere. La mappa non è il territorio, ma è uno strumento prezioso per orientarci al suo interno.

Il suo valore continua anche quando l’esperienza è finita, perché gli stessi riferimenti possono aiutarci nell’integrazione. Ciò che abbiamo conosciuto nella preparazione e riconosciuto durante il viaggio può diventare un collegamento fra l’esperienza diretta e la vita quotidiana, anche se tradurre quelle comprensioni nel linguaggio della mente ordinaria rimane spesso difficile. Il materiale cognitivo di cui disponiamo può non bastare a esprimere ciò che abbiamo intuito, ma aver costruito prima una mappa ci facilita nel ritrovarne il significato e nel comprendere come portarlo nella nostra vita.

In questo lavoro anche la poesia, le immagini e la musica possono aiutarci a riavvicinarci alla qualità di uno stato di coscienza non ordinario, allentando il consueto modo di interpretare ciò che viviamo. Possono rendere nuovamente accessibile qualcosa che il solo ragionamento fatica a recuperare e accompagnarci nel dare forma alle intuizioni avute, affinché diventino comprensioni utilizzabili nella quotidianità.

Per descrivere i nostri schemi abituali, l’immagine di una “griglia” mi sembra efficace. Sul piano neurobiologico, ricerche sulla psilocibina hanno osservato cambiamenti nella comunicazione fra le reti cerebrali, particolarmente marcati nel Default Mode Network, una rete coinvolta anche nel senso di sé. Un piccolo studio clinico sul disturbo ossessivo-compulsivo, il DOC, ha inoltre rilevato una riduzione dei sintomi dopo un trattamento con psilocibina. Parlare di “reset” può rendere l’idea di un’apertura a modi diversi di sentire e pensare, ma resta una metafora: il meccanismo del miglioramento clinico e il ruolo specifico del Default Mode Network sono ancora in studio.

Ho approfondito questi temi nei post Paradigmi, coscienza e psichedelia, Cos’è l’esperienza psichedelica? e La Mappa Psichedelica per il Risveglio della Coscienza, perché è proprio questo il senso del lavoro che sto portando avanti: costruire mappe che sostengano la conoscenza di sé.

Grof, l’arcobaleno e la realtà che crediamo tale

Stanislav Grof ha dedicato a questi territori un libro dal titolo molto appropriato, Quando accade l’impossibile, nel quale racconta esperienze che mettono in discussione i confini della nostra idea ordinaria di realtà. Leggendo i suoi resoconti, arrivo a una conclusione precisa: per comprenderli nel significato che lui attribuisce loro, bisogna uscire dalle premesse del paradigma materialistico e meccanicistico, all’interno del quale quei fenomeni sono impossibili. È uno dei motivi per cui considero l’essere umano multidimensionale e penso che ciò che possiamo misurare del suo funzionamento non ne esaurisca la comprensione.

L’arcobaleno offre un’immagine semplice per riflettere sulla realtà fenomenica. Lo vediamo, possiamo fotografarlo e indicarlo a qualcuno, ma non esiste come un oggetto indipendente, infatti appare grazie alla concomitanza di luce, goccioline d’acqua e posizione dell’osservatore. Quando quelle condizioni cambiano, cambia anche l’arcobaleno, fino a scomparire; è per me un esempio particolarmente efficace sia dell’esistenza condizionata sia di quell’impermanenza su cui insiste il buddhismo.

Nella mia lettura, l’illusione comincia quando attribuiamo a ciò che appare un’esistenza autonoma, stabile, definitiva, dimenticando le condizioni che lo rendono possibile. È in questo senso che richiamo māyā: prendiamo la realtà fenomenica per la realtà intera, e la mente continua a elaborarla dall’interno, sul piano orizzontale. L’IA può rendere questa elaborazione enormemente più potente; la domanda che mi interessa è se noi possiamo riconoscere anche il limite del piano dal quale stiamo osservando noi stessi e la nostra vita.

Un’occasione per conoscere noi stessi

A questo punto diventa più chiaro dove, almeno nel percorso che sto descrivendo, si incontrano l’intelligenza artificiale e la psichedelia. L’IA sviluppa e amplifica le funzioni della mente fino a mostrarci che alcune capacità nelle quali abbiamo riposto una parte importante della nostra identità possono essere riprodotte tecnologicamente e, in alcuni casi, superate. La psichedelia può compiere un movimento differente e complementare: allentare la nostra identificazione con la mente e permetterci di osservarla come uno degli strumenti di cui disponiamo, insieme al corpo fisico e alle emozioni.

Mi colpisce che l’affermazione dell’IA avvenga in un periodo nel quale ogni processo sembra accelerare e molti nodi vengono al pettine. Terence McKenna parlava già di una crescente novità e complessità, cercando di descrivere un’accelerazione che avvertiva nella storia umana. Non considero l’IA una conferma delle sue previsioni, ma trovo interessante che proprio questa tecnologia ci costringa oggi a rimettere in discussione, con una rapidità mai sperimentata prima, ciò che credevamo di sapere sull’intelligenza e su noi stessi.

Il fatto che una tecnologia possa superarci in alcune funzioni mentali non diminuisce il valore dell’essere umano: rende invece sempre meno sensato identificarlo con quelle prestazioni. La mente rimane uno strumento straordinario, ma proprio l’IA ci mette nella condizione di riconoscerlo con maggiore evidenza. La domanda non è più soltanto che cosa riuscirà a fare una macchina, ma chi siamo noi quando smettiamo di misurarci attraverso ciò che la nostra mente sa fare.

È questo il senso del progetto che ho chiamato “Psichedelia Evolutiva | Mappe per Conoscere Sé Stessi”: costruire mappe che accompagnino la preparazione, l’esperienza e l’integrazione, affinché l’esplorazione psichedelica non si esaurisca in ciò che accade durante il viaggio, ma diventi uno strumento concreto di conoscenza di sé. La mappa può aiutarci a riconoscere ciò che l’esperienza ci mostra e, soprattutto, a portarlo nella vita quotidiana. Questo perché l’esperienza psichedelica e la vita quotidiana non sono due cose separate: entrambe sono manifestazioni della nostra psiche.

Se torno alla domanda dalla quale sono partito — se una macchina riesce a fare meglio ciò attraverso cui mi definisco, io chi sono? — la risposta che riconosco nelle mie esperienze è che sono ciò che è consapevole del corpo, delle emozioni e dei pensieri. È la possibilità di sviluppare il testimone attraverso l’auto-osservazione, imparando a essere presenti a noi stessi e a osservare la personalità senza identificarci completamente con essa. L’IA e la psichedelia arrivano a questa domanda da direzioni molto diverse: l’una mostrando fino a dove può spingersi la mente, l’altra permettendoci di fare esperienza diretta del fatto che non siamo soltanto quella mente, e neppure la personalità composta dal fisico, dall’emotivo e dal mentale. Quando cessa l’identificazione con la personalità ci svegliamo e ci ricordiamo chi siamo veramente: l’anima.

Benvenuta IA, evviva la psichedelia!



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DM Tripson

DM Tripson ha pubblicato i suoi primi racconti a 15 anni, sicuro di diventare presto uno scrittore, ma dopo qualche decennio speso a fare tutt’altro ci aveva rinunciato. Un giorno ha scoperto i funghi magici, un incontro straordinario di quelli che ti cambiano la vita, infatti è solo con il loro aiuto che ha potuto scrivere tre libri e decine di post su questo blog!

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