Se tu fossi paracadutato in una giungla sconosciuta e avessi una buona mappa, probabilmente riusciresti a orientarti meglio. Non perché la mappa sia la giungla, ma perché ti aiuterebbe a riconoscere ciò che stai osservando.
Nei post precedenti abbiamo visto che la realtà è psichedelica, nel senso etimologico del termine: è manifestazione della psiche. Abbiamo anche visto che la realtà che percepiamo è uno specchio e che il viaggio psichedelico non è altro che un’amplificazione di ciò che siamo. Se questo è vero, allora emerge una conseguenza inevitabile: per conoscere il mondo devo conoscere me stesso.
Non è una frase filosofica o spirituale. È una conseguenza logica.
Se il mondo che percepisco è filtrato dai miei pensieri, dalle mie emozioni, dalle mie convinzioni e dalle mie identificazioni, allora non posso conoscere davvero ciò che osservo senza conoscere prima colui che osserva.
È qui che inizia il vero lavoro, ed è qui che serve una mappa cognitiva.
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Il problema non è il mondo
Generalmente crediamo che il problema sia fuori da noi. Ci irrita il comportamento di qualcuno, ci sentiamo feriti da una situazione, ostacolati dalle circostanze, limitati dagli altri. Pensiamo che, se il mondo fosse diverso, finalmente potremmo stare bene.
Eppure, osservando con attenzione, scopriamo qualcosa di curioso: persone diverse reagiscono in modo completamente differente agli stessi eventi. Una situazione che per qualcuno è una tragedia, per un altro rappresenta un’opportunità. Una critica che distrugge una persona lascia completamente indifferente un’altra. Un fallimento che fa crollare qualcuno diventa il punto di partenza per qualcun altro.
L’evento è lo stesso, ciò che cambia è l’osservatore.
Questa semplice constatazione dovrebbe farci riflettere. Forse il punto non è tanto capire il mondo, quanto comprendere attraverso quali filtri lo stiamo osservando. Se la realtà che percepiamo è uno specchio, allora conoscere il mondo e conoscere sé stessi diventano due aspetti della stessa ricerca.
La prima (e unica) legge della mappa
La prima legge della mappa è molto semplice: non vediamo la realtà così com’è, ma così come siamo.
So che questa affermazione può sembrare estrema, ma basta osservare la nostra esperienza quotidiana per accorgerci che è esattamente ciò che accade. Non reagiamo agli eventi in sé, ma all’interpretazione che ne diamo (cit. Epitteto). Non viviamo nella realtà, ma nella rappresentazione che la nostra mente costruisce della realtà. Ricorda che ciò che vediamo è soltanto una ricostruzione fatta dal cervello partendo dagli impulsi che arrivano attraverso i nervi ottici. Il cervello non vede, ricostruisce.
È per questo motivo che tradizioni molto diverse tra loro hanno utilizzato parole come illusione, Maya, sogno o caverna. Non stanno dicendo che il mondo non esiste, ma che ciò che percepiamo è inevitabilmente filtrato dalla nostra struttura psicologica. Noi percepiamo il mondo attraverso i “veli oscuratori” di cui parla la tradizione buddista, che altro non sono che emozioni e pensieri; sollevare i veli ci permette di vedere la realtà per quella che è!
Se questo è vero, allora la realtà assume una funzione completamente diversa. Non è più soltanto il luogo in cui viviamo, ma diventa uno strumento di conoscenza. Ogni relazione, ogni paura, ogni conflitto, ogni desiderio, ogni attrazione e ogni giudizio possono raccontarci qualcosa di noi stessi.
La domanda smette di essere “che cosa sta succedendo?” e diventa “che cosa sta mostrando di me quello che sta succedendo?”.

Che cosa devo osservare?
A questo punto emerge una domanda fondamentale. Se voglio conoscere me stesso, che cosa devo osservare?
La risposta che mi sono dato negli anni è sorprendentemente semplice: devo osservare il modo in cui funziona la mia personalità – che è cosa distinta da ciò che profondamente sono. Un indizio molto importante, ricordalo sempre: se mi tocca, mi riguarda!
Non partirei da grandi speculazioni metafisiche. Non partirei dalla domanda “chi sono veramente?”, almeno non all’inizio. Partirei da qualcosa di molto più concreto e verificabile: come funziono?
Che cosa mi fa arrabbiare? Che cosa mi spaventa? Che cosa desidero? Che cosa giudico? Quali situazioni si ripetono continuamente nella mia vita? Quali persone sembrano premere sempre gli stessi pulsanti? Quali sono gli schemi che ritornano ancora e ancora?
Prima ancora di sapere chi siamo, dobbiamo accorgerci di quanto siamo meccanici.
Questa affermazione può sembrare scomoda, ma l’osservazione sincera la conferma rapidamente. Gran parte della nostra vita è costituita da reazioni automatiche, abitudini, condizionamenti e schemi ripetitivi che si attivano ogni volta che si verificano determinate condizioni. Pensiamo di scegliere liberamente, ma molto spesso stiamo semplicemente reagendo secondo programmi che si ripetono da anni. Per questo nell’esoterismo si dice che l’uomo (comune) non ha Libero Arbitrio!
Vedere questi automatismi è uno dei primi risultati concreti dell’auto-osservazione. Vedere non significa giudicare, perché il giudizio stesso è un pensiero, quindi è necessario semplicemente osservarsi senza giudizio ed eventualmente accorgersi, vedere in modo neutro e distaccato, anche l’eventuale auto-giudizio che dovesse emergere.

Le tre dimensioni dell’identificazione
Per orientarmi in questo lavoro utilizzo una mappa molto semplice. L’essere umano può essere osservato attraverso tre dimensioni principali: il piano fisico, il piano emotivo e il piano mentale.
Sul piano fisico troviamo il corpo, gli istinti, i bisogni biologici, le tensioni, le abitudini e tutto ciò che appartiene alla nostra dimensione corporea.
Sul piano emotivo troviamo paure, desideri, attaccamenti, entusiasmi, avversioni e l’intero movimento delle emozioni che continuamente attraversano la nostra esperienza.
Sul piano mentale troviamo invece pensieri, credenze, opinioni, punti di vista, giudizi, interpretazioni, immagini di noi stessi e del mondo, convinzioni che spesso consideriamo vere senza esserci mai chiesti da dove provengano.
Questi tre livelli interagiscono continuamente e determinano gran parte della nostra esperienza quotidiana. Il problema non è la loro esistenza. Il problema è l’identificazione.
Normalmente non osserviamo questi processi: li diventiamo.
Quando compare una paura non ci accorgiamo che stiamo osservando una paura, ma diventiamo quella paura. Lo stesso accade con la rabbia, con il desiderio, con i pensieri che attraversano la mente. Non diciamo “sto osservando una rabbia”, diciamo “sono arrabbiato”, non diciamo “sto osservando un pensiero”, ma crediamo di essere quel pensiero.
È proprio questa identificazione a impedirci di vedere chiaramente ciò che accade dentro di noi.

L’auto-osservazione
L’auto-osservazione introduce una novità fondamentale: una piccola distanza.
Non elimina le emozioni, non elimina i pensieri e non elimina i comportamenti automatici, ci permette però di riconoscerli.
Può sembrare una differenza minima, ma cambia completamente la prospettiva. Quando inizio a osservare me stesso con continuità, comincio ad accorgermi che alcune emozioni ritornano sempre, che certe situazioni attivano regolarmente le stesse reazioni e che molti conflitti si ripetono seguendo schemi sorprendentemente simili. Comincio a vedere dei pattern. E quando vedo un pattern che si ripete, sto vedendo qualcosa di me che prima era invisibile.
Ecco perché continuo a dire che la realtà è uno specchio. Non perché il mondo sia una fantasia prodotta dalla mente, ma perché il modo in cui lo vivo riflette continuamente la mia struttura interiore. Se osservo con sincerità ciò che mi accade, la vita diventa una straordinaria palestra di conoscenza di sé. Le relazioni diventano specchi, i conflitti diventano specchi, le paure diventano specchi. Anche le esperienze piacevoli diventano specchi.
Tutto mi parla di me, ma solo se sono disposto ad ascoltare.
La via psichedelica
A questo punto possiamo tornare alla psichedelia.
Che cos’è, in fondo, una sostanza psichedelica? L’etimologia ci aiuta ancora una volta: manifestazione della psiche. Non stiamo parlando di qualcosa che aggiunge contenuti estranei alla nostra esperienza. Stiamo parlando di qualcosa che amplifica, rende più evidente e aumenta il contrasto di ciò che è già presente.
Per questo motivo continuo a sostenere che gli psichedelici non siano la parte più importante del viaggio. La parte importante sei tu. La sostanza non crea la tua mente, la manifesta. Non crea le tue dinamiche interiori, le amplifica. Non inventa i tuoi contenuti psichici, li rende più visibili. È un po’ come aumentare la luminosità di uno schermo, le immagini erano già presenti ma ora puoi vederle più chiaramente.
Se la realtà ordinaria è già psichedelica perché manifesta continuamente ciò che siamo, lo stato psichedelico rappresenta semplicemente un’amplificazione di questo processo e ne rende più facile l’osservazione – se sai come fare. La coscienza è gratis, l’autocoscienza invece è il risultato del lavoro su sé stessi, che inizia con il ricordo di sé e la continua auto-osservazione.
Dallo stato ordinario allo stato psichedelico
L’auto-osservazione può essere praticata in qualunque momento della giornata. Anzi, dovrebbe essere praticata soprattutto nella vita quotidiana, perché è lì che si manifestano gli automatismi che governano la nostra esistenza: mentre parli con qualcuno, mentre lavori, mentre provi paura, quando ti senti ferito o desideri qualcosa, mentre giudichi o vieni giudicato.
Lo stato psichedelico rappresenta una condizione particolare che può facilitare enormemente questo lavoro. L’identificazione può allentarsi, i confini abituali della personalità possono diventare meno rigidi e alcuni meccanismi che normalmente passano inosservati possono apparire con maggiore chiarezza – vedi come funziona il DMN (Default Mode Network).
Naturalmente questo non accade automaticamente, è proprio qui che entrano in gioco il set, il setting e la musica. Quando questi elementi vengono progettati correttamente, il viaggio può diventare uno strumento straordinario di osservazione e comprensione di sé. Non sempre accade, ma quando accade si comprende direttamente qualcosa che prima era soltanto un concetto.
Dal capire al comprendere
È qui che ritorna una distinzione che considero fondamentale: capire e comprendere non sono la stessa cosa.
Posso capire mentalmente che sono identificato con i miei pensieri o con le mie emozioni. Posso leggere decine di libri che parlano di coscienza, presenza e risveglio. Posso persino insegnare questi concetti ad altre persone, ma la comprensione nasce però in un momento completamente diverso: quando vedo direttamente il meccanismo in azione dentro di me, cioè ne faccio l’esperienza diretta, non solo a livello mentale. Questo avviene quando osservo una paura mentre nasce, quando riconosco un giudizio mentre si forma o anche quando vedo una reazione automatica nel momento stesso in cui si manifesta.
In quell’istante non sto più accumulando informazioni. Sto osservando la realtà della mia esperienza diretta, ed è proprio questa comprensione che può iniziare a trasformare il modo in cui viviamo. La pratica del diario giornaliero, di cui puoi leggere QUI, ti aiuta a sviluppare la capacità di auto-osservarti quotidianamente.
Il vero scopo della mappa
La mappa non serve ad accumulare conoscenze, serve a orientarsi. Non serve a costruire nuove credenze, serve soltanto per osservare e riconoscere ciò che è già presente. Non serve a creare un’identità spirituale più raffinata, ma serve a riconoscere tutte le identità con cui siamo continuamente identificati.
Se la realtà è davvero uno specchio, allora la prima mappa che dobbiamo imparare a leggere non è quella del mondo, ma quella di noi stessi. Ed è proprio attraverso questa osservazione che il mondo comincia gradualmente a rivelare la sua natura. Il mondo non ha volontà propria, ma rappresenta ed esprima la nostra volontà, ed è così per ciascuno di noi.
La domanda allora non è più che cosa devo fare per cambiare la mia vita, ma chi è colui che sta vivendo questa vita e attraverso quali meccanismi la sta costruendo momento dopo momento. È qui che il lavoro interiore diventa reale, ed è anche il punto in cui la mappa che abbiamo appena iniziato a tracciare può diventare uno strumento concreto di trasformazione.
Ma di questo parleremo nel prossimo post.
Avvertenze
ATTENZIONE: l’uso di psichedelici in Italia è vietato; inoltre ci sono controindicazioni psicofisiche che è necessario conoscere. Leggi questo post per saperne di più e tutelare la tua salute. Per qualsiasi problema consulta uno specialista: il fai-da-te è pericoloso, sempre.
